Archivi per la categoria ‘Scienza’
L'altruismo è nel nostro Dna
L’uomo nasce buono: lo sosteneva il filosofo francese Rousseau e ce lo confermano gli studi scientifici. Secondo l’antropologo Donald Brown, dell’Università della California, l’uomo ha infatti coltivato tendenze all’altruismo fin dai tempi in cui abitava nelle caverne. Tale tendenza alla “bontà” è dovuta al fatto che fin dai primordi la nostra specie si è contraddistinta per la sua socialità: dunque, tutta una serie di attività, dall’allevamento dei piccoli alla ricerca del cibo doveva essere svolta in comune. La tesi, sposata da Umberto Veronesi in un articolo sul Corriere, è suffragata da diversi riscontri multidisciplinari: ad esempio, l’esistenza di un “senso morale” comune a tutta la specie umana sembra un fatto accertato, dopo l’effettuazione di alcuni rilevamenti statistici mirati. Grazie ad essi, si è visto che ponendo alcuni dilemmi morali a persone appartenenti a diverse fedi religiose, cultura, età e sesso, si ottengono risposte tendenzialmente simili. Allo stesso modo, secondo gli psicologi infantili Elliot Turiel e Judith Smetana, già i bambini dell’asilo sono a conoscenza della differenza tra semplici convenzioni sociali, come il divieto di andare a scuola in pantofole, e principi morali, come la proibizione di picchiare un compagno.
Infine, quest’ “etica naturale” non sarebbe limitata agli umani: secondo Jonathan Haidt, psicologo e filosofo dell’Università della Virginia, le scimmie reso, messe di fronte alla scelta tra rimanere a digiuno e tirare una catena che fornisce loro cibo ma da al contempo una scossa elettrica alle compagne, preferiscono la prima soluzione. Una bella lezione anche per noi umani, davvero…

Psicologia evoluzionistica? Un mito, siamo esseri plastici
Cos’è esattamente la natura umana? Quali sono le leggi che determinano il comportamento dei membri della nostra specie? A queste domande millenarie si è tentato anche ultimamente di rispondere secondo i canoni della psicologia evoluzionistica, approccio di cui si è fatto promotore Geoffrey Miller. Secondo questo autore, i comportamenti della specie umana di oggi non rappresenterebbero che una cristallizzazione di caratteristiche maturate fin da quando formavamo tribù di cacciatori-raccoglitori. Dalla scelta della compagna allo shopping, insomma, saremmo in gran parte “geneticamente determinati”.
Naturalmente, non mancano le critiche a tale approccio, che pare avere fatto ormai il suo tempo. Sharon Begley, in un articolo su Newsweek uscito questa settimana, sostiene che non si può ridurre il comportamento umano a modelli mentali innati: il nostro cervello è molto più fluido e plastico di quanto asseriscano gli psicologi evoluzionistici.
Mentre questi ultimi descrivono processi evolutivi lentissimi, dell’ordine delle centinaia di migliaia di anni, oggi sappiamo che per alterare significativamente il Dna basta molto meno. Non saremmo, dunque, sostiene Begley, di fronte a una natura umana plasmata centinaia di migliaia di anni fa e adesso “bloccata” in una forma fissa. Inoltre, l’approccio degli evoluzionisti tende a esasperare l’individualismo, mentre ogni individuo trova il suo modo di essere all’interno di un’interazione sociale. In conclusione, non ci sono tratti della personalità immutabili e permanenti: ognuno di noi può in piccola o grande misura plasmare se stesso, contribuendo alla creazione del proprio destino personale e di quello della specie.

Einstein: un cervello "diverso" per una mente d'eccezione
La mente di un genio non può non lasciar traccia nella forma del suo cervello. O forse è un cervello “diverso” a dare origine alla genialità? E’ difficile non porsi questi interrogativi di fronte alla ricerca effettuata da una paleoantropologa, Dean Falk dell’Università della Florida, la quale si è dedicata allo studio analitico delle immagini in nostro possesso di un cervello davvero d’eccellenza: quello di Albert Einstein. Giungendo a conclusioni che ella stessa giudica davvero interessanti: i lobi e i solchi di “quel” cervello presentano notevoli variazioni rispetto allo standard.
Lo studio della parte più nobile del geniale fisico non è un fatto nuovo. Benché egli avesse dato disposizioni precise perché il suo corpo venisse cremato, il cervello fu asportato, fotografato e conservato sottovuoto. Nel corso degli anni vari scienziati trovarono un numero di cellule superiore alla norma, un’estensione anomala (15% più dello standard) dell’area parietale, responsabile della visione e del ragionamento, nonché l’assenza di una fessura che tipicamente, nei cervelli “comuni”, impedisce la fusione di due aree molto importanti. Ora la Falk sostiene di aver individuato, sui lobi parietali in genere collegati con le abilità matematiche e la cognizione spaziale e visiva, circa una dozzina di configurazioni insolite. Si tratta di solchi che indicherebbero modi di riorganizzare il sapere diverse da quelle usuali. Peccato non poter rivolgere al proprietario di quel cervello qualche domanda utile a svelarci i processi di pensiero connessi a quelle configurazioni.

Evoluzione: cultura batte biologia
Cosa rende l’evoluzione della specie umana differente da quella di ogni altra specie animale? Se lo chiede il genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza, fornendo risposte che meritano attenzione.
L’evoluzione delle specie animali, afferma Cavalli-Sforza, è necessariamente molto lenta, perché affidata essenzialmente al gioco del caso: solo quando fortuitamente una ricombinazione dei geni produce nella prole una mutazione positiva (tra le migliaia di mutazioni sfavorevoli possibili) tale mutazione vantaggiosa può essere trasmessa ai successori, finendo, dopo molte generazioni, per “contagiare” l’intera specie.
L’evoluzione umana, quella che ha consentito ad appena un migliaio di individui di uscire 55 mila anni fa dalle foreste africane, divenendo milioni solo quarantamila anni dopo e sei miliardi oggi, con l’attuale dominio demografico e tecnico sulle risorse del pianeta, è evidentemente di natura ben diversa. Non si tratta di un’evoluzione meramente biologica ma culturale: un tipo di evoluzione molto più efficace e veloce, perché non frutto del caso ma dello sviluppo della consapevolezza. Grazie ad essa, i nostri antenati raggiunsero la possibilità di ampliare rapidamente il loro habitat a tutto il pianeta, senza attendere che i loro corpi si adattassero all’immensa varietà di climi e condizioni presenti alle diverse latitudini. Fu così che il passaggio dal caldo dell’Africa al gelo delle steppe siberiane, ad esempio, non dovette attendere i milioni di anni necessari alla crescita di una peluria sufficientemente folta e protettiva (staremmo ancora ad aspettare!): l’evoluzione culturale sopperì alle nostre necessità, facendoci produrre con ago e filo quelle pelli cucite che permisero alla specie di adattarsi anche ai climi più rigidi. Ed è ancora all’evoluzione culturale, e non a quella biologica, che dobbiamo rivolgerci per affrontare le sfide che ci riserverà il tempo a venire.

Michael Gazzaniga
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La Curiosità
Michael Gazzaniga nasce nel 1939 a Santa Barbara, in California, nipote di immigrati italiani sbarcati in New England dalla bassa milanese. Si laurea nel 1961 al Dartmouth College e tre anni dopo completa il dottorato in Psicobiologia al California Institute of Technolgy sotto la guida di Roger Sperry. Da allora, non ha smesso di lavorare alacremente nel campo delle neuroscienze. Fra i suoi meriti, c’è quello di aver guardato alla pedagogia e ai processi educativi alla luce delle ultime frontiere delle neuroscienze, aprendo scenari fortemente innovativi. Oggi Gazzaniga insegna Psicologia all’Università di Santa Barbara, dove dirige il Sage Center per gli studi sulla mente. È riconosciuto come uno dei più importanti neuropsicologi statunitensi, i suoi studi sul cervello diviso (split brain) e sulle implicazioni psicologiche della lateralizzazione emisferica sono entrati di diritto nella storia delle neuroscienze. In ambito accademico, si è distinto per aver fondato il Neuroscience Institute e il Journal of Cognitive Neuroscience ma anche per avere incoraggiato e supervisionato in prima persona il lavoro di generazioni di giovani ricercatori. Nell’arco della sua carriera non si è limitato alla ricerca pura: ha all’attivo un’importante attività di divulgazione sull’incredibile evoluzione che ha avuto negli ultimi decenni la nostra comprensione della mente umana. Ha pubblicato libri come The Social Brain, Mind Matters e The Ethical Mind, e ha preso parte a programmi televisivi come The Brain and The Mind. È membro di prestigiose istituzioni collegate alle neuroscienze, dirige il progetto di studi Law and Neuroscience Project, ed è membro del Consiglio di Bioetica della Presidenza degli Stati Uniti. All’interno di questo organismo, si è battuto aspramente contro l’ultraconservatore Leon Kass nel dibattito sullo statuto morale dell’embrione e su altri temi emergenti della neuroetica. Il suo messaggio di fondo, lanciato instancabilmente alle persone e alle istituzioni che governano la società contemporanea, è di non avere paura dei nuovi paradigmi etici e morali che vengono fissati mano a mano che le scienze erodono il territorio dell’ignoto. Meglio un confronto anche critico piuttosto che far finta di non vedere che il quadro è cambiato: nel momento in cui sappiamo di più del funzionamento della mente, è naturale che le regole della convivenza possano evolversi.
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Rita El Khayat
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Il Riscatto
Rita El Khayat nasce a Rabat, in Marocco nel 1944. Dopo la laurea in Medicina, è ammessa in un Internato di Psichiatria a Casablanca. In parallelo con gli studi, si occupa di radio, televisione e cinema, ed è la prima speaker donna in Marocco. Delusa dall’ambiente di lavoro nel suo paese, parte per Parigi dove si specializza in tre campi: psichiatria (studia con George Devereux, l’inventore dell’etnopsichiatria), medicina del lavoro ed ergonomia della medicina spaziale. In Francia studia anche arabo classico alla prestigiosa Scuola di Lingue Orientali.?Il suo impegno a favore dei diritti umani, della pace e dei diritti della donna in Marocco e nel Maghreb è intenso e vasto. Nel 1998 fonda l’Associazione Aïni Bennaï (nel 2003 si aggiungerà anche una casa editrice). Aïni Bennaï, uccisa a quindici anni dalla negligenza e dagli errori dei medici, a soli undici anni leggeva Proust, ascoltandone le letture con il suo walk-man e commentando con frasi come: “Adoro il suo dandismo.” Nel 1999 è la prima donna nella storia del Marocco e di tutto il mondo arabo a scrivere a un sovrano. La lettera, dal titolo Lettera di una donna a un giovane monarca e indirizzata al giovane re Mohammed VI quattro mesi dopo la sua incoronazione, in meno di due mesi viene tradotta in 11 lingue. Scritta per contrastare un movimento islamista reazionario che voleva il ritorno alla segregazione delle donne, chiede la modifica della Moudawana (“Statuto personale”), una sorta di Codice della famiglia che nei paesi arabi e islamici, ad eccezione della Tunisia, continua a mantenere le donne in una condizione di assoluta minorità giuridica. Gran parte delle richieste sono state accolte. Per esempio, l’età minima per il matrimonio è stata fissata a 18 anni anche per le donne. È stato introdotto il divieto di ripudiare le mogli. Le donne possono ora divorziare come gli uomini e hanno diritto alla metà dei beni. È stato vietato picchiare le donne e chi lo fa commette un reato. Le vedove sono state riconosciute tutrici dei propri figli, mentre in precedenza cadevano sotto la tutela della famiglia di origine del marito defunto (una condizione di subordinazione che la scrittrice stessa ha vissuto con la madre e i suoi fratelli, dopo la scomparsa prematura del padre). In seguito a queste attività, nel 2008 viene candidata al Premio Nobel per la Pace. Rita El Khayat ha prodotto una trentina di libri fra saggi e romanzi, e oltre 350 articoli. Insegna Antropologia della conoscenza e del sapere all’Università di Chieti, in Italia. Con lo pseudonimo di Latina Chakir, si è fatta conoscere e apprezzare anche nel mondo dell’arte.
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Erin Gruwell
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La Fiducia
Erin Gruwell nasce nel 1969 in California. Studia alla University of California di Irvine, dove si laurea con lode, e alla California State University di Long Beach. Inizia ad insegnare nel 1994 alla Woodrow Wilson High School di Long Beach. Essendo ancora studentessa, le viene affidata una delle classi peggiori per rendimento e disciplina. Uno studente afro-americano, trasferito da un’altra scuola dove aveva minacciato l’insegnante con una pistola, le dichiara guerra. Lei non si perde d’animo. E quando un altro studente della classe ne disegna la caricatura con grandi labbra, Gruwell si infuria e dichiara alla classe che questo era il genere di caricature che facevano i nazisti durante l’Olocausto. In tutta risposta, scopre che nella classe solo uno studente sa qualcosa dell’Olocausto… Gruwell porta la classe a veder Schindler’s List, acquista a sue spese libri da far leggere e invita persone esterne a parlare in classe. L’anno successivo ottiene la cattedra di ruolo e una nuova classe. Chiede ai ragazzi di leggere diari scritti dai loro coentani in tempo di guerra, come il diario di Anna Frank, il diario di Zlata Filipovich a Sarajevo… Chiede di leggere questi diari cercando paralleli con le loro vite e annotando pensieri, emozioni, tenendo un proprio diario… La scrittura del diario conquista i ragazzi, e siccome i diari vengono fatti circolare in classe in forma anonima, teenager che prima nutrivano diffidenza verso persone dal colore della pelle diversa, si aprono. Nascono così i Freedom Writers, che grazie alla Gruwell fra il 1994 e il 1998 arrivano a ottenere una grande visibilità sui media. I testi di alcuni di loro confluiranno poi in un libro ceh diventwerà un best seller. Il primo risultato è che i ragazzi decidono di introdurre dei miglioramenti nelle loro vite, colmando la mancanza di orizzonti positivi che avevano conosciuto sino ad allora. Nel 1997 Gruwell fonda la Freedom Writers Foundation: obiettivo principale è quello di promuovere idee e pratiche che aiutino combattere il fenomeno degli abbandoni scolastici. Nel 1998 Gruwell diventa professore alla California State University di Long Beach. Ha modo così di trasferire ai futuri insegnanti la sua esperienza e il metodo per riuscire a ispirare anche gli studenti svantaggiati. Nel 1999 pubblica The Freedom Writers Diary, da cui poi verrà tratto il film Freedom Writers nel 2007, con Hilary Swanlk nella parte della protagonista.
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Giacomo Rizzolatti
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La Reciprocità
Giacomo Rizzolatti nasce a Kiev, in Ucraina, nel 1937. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia a Padova con una specializzazione in Neurologia, si ferma a lavorare in questa università sotto la guida di Hrayr Terzina. In seguito passa all’Istituto di Fisiologia dell’Università di Pisa e completa la sua preparazione scientifica alla Mc Master University, Hamilton, in Canada. Nel 1975 è nominato professore di Fisiologia umana presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Parma, nel dipartimento dove lavorava come assistente dal 1967. Nel 1980-1981 è Visiting professor alla University of Pennsylvania di Philadelphia, e dal 1995 è Visiting scientist presso il Brain Imaging Center della University of California di Los Angeles (UCLA). Nel 1999 riceve la laurea honoris causa dall’Università Claude Bernard di Lione per gli studi sulle funzioni cognitive del sistema motorio. È stato Presidente della Società italiana di Neuropsicologia, dell’European Brain Behaviour Society e della Società italiana di Neuroscienze. Fa parte di numerosi organismi scientifici internazionali, tiene seminari e conferenze in tutto il mondo, ha pubblicato libri e articoli. Negli anni ’80 Rizzolatti e la sua équipe di ricerca scoprono nei macachi l’esistenza di neuroni specchio, una classe di neuroni, come si capirà poi, presenti nei primati, in alcuni uccelli e nell’uomo. Si attivano selettivamente sia quando si compie un’azione, sia quando la si osserva mentre è compiuta dagli altri. I neuroni dell’osservatore ‘rispecchiano’ quindi ciò che avviene nella mente del soggetto osservato, come se fosse l’osservatore stesso a compiere l’azione. Dopo un intenso lavoro, nel 1995 Rizzolatti dimostra per la prima volta l’esistenza nell’uomo di un sistema simile a quello trovato nella scimmia. I neuroni specchio manifestano la loro presenza in aree del cervello più ampie di quelle intraviste all’inizio. Di volta in volta presentano un’architettura diversa, semplice o sofisticata a seconda dei fenomeni emotivi provocati dalla reazione neurale: siamo di fronte a un sistema di risonanza che ci permette di leggere e di capire le intenzioni degli altri come se fossero le nostre. La scoperta dei neuroni specchio e il loro studio permette di fare un salto nella conoscenza del cervello dell’uomo e di gettare le basi per la comprensione dei meccanismi che determinano i rapporti fra le persone. Questo filone di ricerca sta portando alla luce il complesso meccanismo biologico alla base del comportamento sociale degli uomini.
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Cervello, il massimo temporeggiatore
Prendere decisioni, specialmente se a carattere etico… prende tempo. Lo ha rivelato una ricerca effettuata dai neuroscienziati del Brain and Creativity Institute della University of Southern California. Il gruppo di studio, condotto da Antonio Damasio, è giunto alla conclusione che le emozioni, specie se in relazione con una dimensione etica, hanno bisogno di tempo per essere “metabolizzate” dal cervello: ciò è vero specialmente per la paura, il dolore, la compassione e l’ammirazione.
La lentezza richiesta da questi processi appare in forte contrasto con l’accentuata rapidità delle reazioni richieste nell’era dei social network, improntate a una velocità che rischia di condurre a decisioni avventate, con conseguenti errori sul piano etico.
Trovare un nuovo modo per condividere il sapere nel mondo di oggi, contraddistinto da grandi e veloci cambiamenti e da mezzi di comunicazione “in tempo reale” che favoriscono la circolazione dell’informazione ma, al tempo stesso, pongono costantemente il problema della selezione di ciò che costituisce vero sapere sono i temi al centro di 21 min. “I saperi dell’eccellenza”, grande evento in programma a Milano i prossimi 19, 20 e 21 novembre che vedrà 21 uomini di successo planetario raccontare, appunto nello spazio di 21 minuti, la loro visione vincente.

Prefigurazione, le conferme della scienza
Secondo gli psicologi Christopher Davoli e Richard Abrams, autori di una ricerca pubblicata su “Psychological Science”, la prefigurazione aiuta a raggiungere i propri obiettivi.
Per dimostrarlo, un gruppo di studenti si è sottoposto ad un esperimento nel quale gli era richiesto di riconoscere su uno schermo delle lettere precedentemente mescolate con altre per aumentare la difficoltà, con l’obiettivo di identificarle nel più breve tempo possibile. I ricercatori hanno chiesto ai ragazzi oggetto del test, di immaginare se stessi mentre operavano sul display dello schermo con tutte e due le mani, ad altri invece mentre le tenevano dietro la schiena (non dovevano assumere queste posizioni, ma semplicemente immaginarle).
Il risultato ha evidenziato che il solo fatto di immaginare un’azione, può avere un effetto simile a quello che si avrebbe facendola realmente, infatti il gruppo che immaginava di avere le mani sul monitor ha passato meno tempo a cercare lo schermo.
Questi test iniziano a confermare che la prefigurazione delle nostre azioni ci consente una più efficace interazione con l’esterno, avendo precedentemente organizzato i dati in nostro possesso al fine di calcolare e verificare le azioni che andremo a compiere. La prefigurazione è uno dei temi che da anni InformaAzione espone durante i suoi seminar e che potrete approfondire durante l’edizione 2009 di 21minuti – I Saperi dell’Eccellenza.


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