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E’ nata la nuova creatura di casa Apple

iPad

La nuova creatura Apple è arrivata.

Steve Jobs ha presentato ieri allo Yerba Buena Center di San Francisco iPad, una sintesi tra l’iPhone e gli ormai obsoleti portatili, che consente di navigare sul web, leggere e inviare email, visualizzare foto e video, ascoltare musica, giocare con i videogiochi, leggere libri e molto altro ancora.

680 grammi di peso per 1,27 centimetri e uno schermo multi-touch in alta definizione da 9,7 pollici fanno dell’iPad il netbook più leggero e sottile al mondo. In più, una batteria con un’autonomia di 10 ore e un mese in stand-by e, per dare una mano anche al pianeta, iPad utilizza materiali altamente riciclabili, ha un sistema pcv free, non contiene mercurio, arsenico e bfr… insomma una rivoluzione!

Il tentativo di creare una nuova via dell’informatica a metà fra i computer portatili e i telefoni cellulari evoluti è stata accolta da applausi e commenti entusiasti da parte della platea selezionatissima presente all’evento. «Per farlo occorre avere in mano qualcosa di veramente innovativo in una serie di categorie come posta elettronica, web, film, telefilm e altro», ha detto all’inizio Steve Jobs, «Pensiamo proprio di esserci riusciti», ha aggiunto alla fine dell’ora e venti minuti di presentazione dove ha mostrato al mondo l’oggetto di cui si è più parlato per un anno in rete.

Internet ci evolverà?

Procede su blog, siti, magazine e chi più ne ha più ne metta, la questione su come e se internet porterà la specie umana allo sviluppo di nuove facoltà cerebrali.

Certamente da un’osservazione sul mondo virtuale si assiste alla nascita  e alla crescita di una dimensione collettiva fatta di individui che cercano di affrontare e risolvere in modo coordinato e sulla base di un sapere condiviso che tenda all’Eccellenza, situazioni e problemi nuovi.

Il risultato? Grazie alla velocità di innovazione del web e del sapere in esso contenuto si sono create numerose piattaforme con caratteristiche differenti le une dalle altre ma legate da una visione comune: aggregare persone, favorirne l’interazione e gravitarle intorno  ad un tema o un obiettivo  per trovare soluzioni condivise.

Insomma, il nostro modo di pensare è certamente e notevolmente cambiato dalla comparsa di internet, e da quando abbiamo iniziato ad usarlo siamo passati da una dimensione singola ad una d’insieme che ci ha fatto iniziare a provare cosa significa essere una coscienza collettiva.

Dove ci porterà questa trasformazione culturale? Diteci la vostra…

21min in silenzio per Haiti

NYdailynews.com

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Davide Oldani

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La Semplicità

Davide Oldani nasce a Milano nel 1967. Sua madre, ottima cuoca, è la prima ad instillargli la passione per la cucina. Frequenta la Scuola alberghiera Carlo Porta di Milano, dove dimostra impegno e forza di volontà. Finita la scuola, comincia subito a lavorare da Gualtiero Marchesi, negli anni in cui lo chef milanese è sotto i riflettori. Non passa molto tempo che Oldani diventa il suo allievo prediletto. L’esperienza come secondo al fianco di uno dei grandi chef italiani durerà dieci anni. Accanto a Marchesi, dà un contributo importante nel promuovere la cucina italiana nel mondo, in particolare negli Stati Uniti e in Giappone. Ma Marchesi non è l’unico maestro: Oldani si forma anche con Albert Roux al Gavroche di Londra, e con il celebre Alain Ducasse al Louis XV di Montecarlo. In parallelo, lavora anche come consulente di Food & Beverage per grandi multinazionali statunitensi. Al ristorante Giannino di Milano ottiene la sua prima stella Michelin. Dopo queste esperienze, avverte il bisogno di tornare alla sua Cornaredo, alle porte di Milano, dove acquista una vecchia trattoria che ristruttura in maniera semplice. Il ristorante si chiama D’O: sono le iniziali del suo nome, ma anche la parola ‘via’ in giapponese. Il successo non tarda, anche grazie a una politica di prezzi contenuti del tutto anomala nel mondo dei locali stellati. Preparato nelle tecniche di preparazione più avanzate apprese nelle cucine di mezzo mondo, e profondo conoscitore delle materie prime, Oldani ha fatto molta ricerca nel campo dei piatti poveri della tradizione. La sua cucina è anche chiamata circolare: capace di armonizzare semplicità e intensità, essenzialità e nuovi accostamenti (per esempio, fra dolce e salato), orientata al baccalà, alle seppie e alle guance di bue piuttosto che all’astice e al filetto. Una pietanza di Oldani diventata celebre è la cipolla caramellata, servita sia come antipasto che come dessert a scelta del cliente. Nel libro Cuoco andata e ritorno – Viaggi, sogni e ricette di un uomo che voleva cucinare, Oldani elenca i cinque capisaldi su cui ha costruito il suo viaggio professionale e umano: amore come passione per il mestiere e spirito di sacrificio; educazione come rispetto, dalle materie prime ai collaboratori e agli ospiti; intraprendenza come intelligenza e sana ambizione; obbedienza, come sintonia con i maestri, le stagioni, le regole che abbiamo appreso e in generale il nostro sentire; e infine umiltà, sia nell’imparare che nell’insegnare. Oldani è un nome destinato a lasciare il segno nel panorama della cucina internazionale.

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Davide Oldani

21minuti

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21minuti è un progetto editoriale che si sviluppa attraverso:
Evento: incontro annuale di tre giorni dove 21 personalità straordinarie si raccontano in soli 21 minuti ad una platea internazionale di 1000 persone per condividere alcuni segreti della propria visione del mondo frutto della propria sensibilità, della propria motivazione e della propria esperienza, offrendo ai partecipanti ˜ e idealmente al mondo intero ˜ il proprio “contributo di senso”.

Piattaforma Web e Community: contenitore e distributore di saperi eccellenti, di contributi testuali, fotografici e video.
I contenuti serviranno da volano per la community “21minuti”.

Publishing: pubblicazione (libri e rivista) di idee, contributi e interviste di uomini e donne del terzo millennio.

InformaAzione

Società di formazione specializzata nella consulenza e nella selezione di corsi, seminari e master, la cui mission consiste nel mettere i propri clienti nelle condizioni migliori per organizzare le proprie conoscenze ed esperienze a vantaggio di una visione d´insieme dinamica e sostenibile.
La metodologia di InformaAzione si fonda su un innovativo sistema educativo di idee e strumenti pratici orientati allo sviluppo dei potenziali umani,Pedagogia per il Terzo Millennio®.

www.informaazione.org

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Mario Brunello

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L’Antiruggine

Mario Brunello nasce a Castefranco Veneto nel 1960 ed è un uno dei nomi più significativi del panorama musicale italiano e internazionale.
Nel 1986 è il primo artista italiano a vincere il Concorso ?aikovskij di Mosca che lo proietta verso una luminosa carriera internazionale. Brunello è ospite delle più prestigiose orchestre tra cui la Philadelphia Orchestra, la Philharmonia di Londra, l’Orchestre National de France, la NHK Symphony di Tokyo, la Filarmonica della Scala, l’Accademia di Santa Cecilia, la London Philharmonic, la DSO Berlin, la Filarmonica di Monaco e ha lavorato con direttori quali Valery Gergiev, Zubin Mehta, Riccardo Muti, Riccardo Chailly, Seiji Ozawa, Daniele Gatti, Myung-Whun Chung, Yuri Temirkanov, Giuseppe Sinopoli, Carlo Maria Giulini e Claudio Abbado, che negli anni lo invita varie volte a suonare con l’Orchestra del Festival di Lucerna e con l’Orchestra Mozart, sia come solista che come direttore.
Mario Brunello si presenta spesso in questa doppia veste di direttore e solista e nel 1994 fonda l’Orchestra d’Archi Italiana, che porta al debutto dopo due anni dedicati esclusivamente allo studio e con la quale ha una intensa attività sia in Italia che all’estero.
Nella musica da camera Brunello collabora con artisti quali Gidon Kremer, Frank Peter Zimmermann, Yuri Bashmet, Maurizio Pollini, Andrea Lucchesini e i Quartetti Borodin e Alban Berg.
Nella vita artistica di Brunello ampio spazio è riservato ai progetti che coinvolgono forme d’arte diverse, dalla letteratura alla filosofia, alla scienza, alla pittura; in questi spettacoli Brunello non si esprime solo attraverso l’interpretazione del repertorio tradizionale, ma anche nel suo interagire con attori e musicisti di altra estrazione culturale: da qui gli spettacoli costruiti insieme a Margherita Hack, Uri Caine, Paolo Fresu, Marco Paolini, Gianmaria Testa, Moni Ovadia e Vinicio Capossela. In questo modo Brunello vuole richiamare il suo pubblico a un’idea diversa, multiforme di fare musica creando spettacoli interattivi tra musica, immagini e parole. Gran parte di queste attività nascono in uno spazio alternativo chiamato Antiruggine, una ex officina ristrutturata dove Brunello sperimenta queste nuove forme d’arte e musica. Tra i suoi recenti progetti “Pensavo fosse Bach” è uno spettacolo multimediale di musica, luci e video-immagini dedicato alle Suites di Bach, di cui Brunello è oggi considerato uno dei massimi interpreti. I diversi generi artistici sperimentati da Brunello si riflettono nell’ampia discografia, che include l’integrale delle Suites di Bach, le Sonate di Brahms, Beethoven, Chopin, così come molti dischi dedicati al violoncello solo. Nella primavera 2008 Deutsche Grammophon ha pubblicato un CD con il Triplo Concerto di Beethoven diretto da Claudio Abbado.
EGEA Records sta producendo una serie discografica articolata in cinque uscite dedicate a Mario Brunello. I primi due Cd della collezione saranno “Odusia”, odissea musicale della cultura del mediterraneo, e “Brunello and Vivaldi”, dedicato ai concerti per violoncello e orchestra di Vivaldi.
Mario Brunello ha studiato con Adriano Vendramelli, perfezionandosi in seguito con Antonio Janigro. Mario Brunello è Accademico di Santa Cecilia. Suona un prezioso violoncello Maggini del 1600, appartenuto a Franco Rossi.

BRUNELLO-COMPLETO

Erin Gruwell

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La Fiducia

Erin Gruwell nasce nel 1969 in California. Studia alla University of California di Irvine, dove si laurea con lode, e alla California State University di Long Beach. Inizia ad insegnare nel 1994 alla Woodrow Wilson High School di Long Beach. Essendo ancora studentessa, le viene affidata una delle classi peggiori per rendimento e disciplina. Uno studente afro-americano, trasferito da un’altra scuola dove aveva minacciato l’insegnante con una pistola, le dichiara guerra. Lei non si perde d’animo. E quando un altro studente della classe ne disegna la caricatura con grandi labbra, Gruwell si infuria e dichiara alla classe che questo era il genere di caricature che facevano i nazisti durante l’Olocausto. In tutta risposta, scopre che nella classe solo uno studente sa qualcosa dell’Olocausto… Gruwell porta la classe a veder Schindler’s List, acquista a sue spese libri da far leggere e invita persone esterne a parlare in classe. L’anno successivo ottiene la cattedra di ruolo e una nuova classe. Chiede ai ragazzi di leggere diari scritti dai loro coentani in tempo di guerra, come il diario di Anna Frank, il diario di Zlata Filipovich a Sarajevo… Chiede di leggere questi diari cercando paralleli con le loro vite e annotando pensieri, emozioni, tenendo un proprio diario… La scrittura del diario conquista i ragazzi, e siccome i diari vengono fatti circolare in classe in forma anonima, teenager che prima nutrivano diffidenza verso persone dal colore della pelle diversa, si aprono. Nascono così i Freedom Writers, che grazie alla Gruwell fra il 1994 e il 1998 arrivano a ottenere una grande visibilità sui media. I testi di alcuni di loro confluiranno poi in un libro ceh diventwerà un best seller. Il primo risultato è che i ragazzi decidono di introdurre dei miglioramenti nelle loro vite, colmando  la mancanza di orizzonti positivi che avevano conosciuto sino ad allora. Nel 1997 Gruwell fonda la Freedom Writers Foundation: obiettivo principale è quello di promuovere idee e pratiche che aiutino combattere il fenomeno degli abbandoni scolastici. Nel 1998 Gruwell diventa professore alla California State University di Long Beach. Ha modo così di trasferire ai futuri insegnanti la sua esperienza e il metodo per riuscire a ispirare anche gli studenti svantaggiati. Nel 1999 pubblica The Freedom Writers Diary, da cui poi verrà tratto il film Freedom Writers nel 2007, con Hilary Swanlk nella parte della protagonista.

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Gruwell

www.freedomwritersfoundation.org

Nives Meroi

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Il Fair play

Nives Meroi nasce nel 1961 in un paese vicino a Bergamo, ma da oltre vent’anni risiede in Friuli Venezia-Giulia, dove ha conosciuto il marito Romano Benet, compagno di vita e di cordata. Nives Meroi ha al suo attivo alcune fra le vie più difficili delle Alpi, fra cui la prima invernale al Pilastro Piussi alla parete nord del Piccolo Mangart di Coritenza e quella alla Cengia degli Dei, sullo Jof Fuart. Il suo profilo è quello di un’alpinista tecnicamente forte in vari ambiti dell’arrampicata: falesia, cascate di ghiaccio, sci estremo, alpinismo d’alta quota. Col tempo, l’amore per la montagna l’ha spinta ad esplorare orizzonti sempre più lontani, dove l’aria è rarefatta e, per usare parole sue, “dove ogni passo diventa uno sforzo di volontà”. Il suo è un alpinismo by fair means, con uno stile leggero e pulito: senza l’ausilio di ossigeno supplementare, portatori d’alta quota e campi fissi. E senza perdere di vista i valori della vita, come quando nel tentativo di scalata del Kangchenjunga del 2009 getta la spugna per prestare soccorso al marito in difficoltà fra il campo 3 e il campo 4. Dietro ogni sua nuova salita, c’è un confronto onesto con sè stessa e la montagna, non importa se nelle Ande, in Himalaya o nel Karakorum. Il primo tentativo al K2 nel 1994 si conclude con un’amara rinuncia: “La via finiva lì – racconta Nives – a meno di 100 metri dalla vetta. Ci trovavamo infatti su una torre completamente staccata dalla parete principale, oggettivamente impraticabile… Un’esperienza che mi insegnato l’umiltà ed il rispetto per i pilastri dell’alta quota, una lezione che non ho mai scordato e che da ben 12 anni ormai guida i miei passi fra i loro immensi pendii.” La sua carriera è costellata di di grandi successi, come la salita, nel 2003 e in soli venti giorni, di tre dei 14 Ottomila della Terra (Gasherbrum II, Gasherbrum I, Broad Peak), seconda cordata al mondo ad aver realizzato un’impresa simile e prima donna in assoluto nella storia dell’alpinismo. Sono da citare anche le celebri salite al Dhaulagiri, al K2 e all’Everest, montagne amate e a lungo corteggiate, che nella stagione 2006-2007 si sono finalmente concesse regalandole il sogno di una vita. Gli undici Ottomila metri saliti sinora da Nives Meroi e Romano Benet sono: Nanga Parbat (8125 m – 1998), Shisha Pangma (8046 m – 1999), Cho-Oyu (8202 m- 1999), Gasherbrum II (8035 m – 2003), Gasherbrum I (8068 m – 2003), Broad Peak (8047 m – 2003), Lhotse (8516 m – 2004), Dhaulagiri (8164 m – 2006), K2 (8611 m – 2006), Everest (8850 m – 2007), Manaslu (8163 m – 2008).

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Nives Meroi

www.nives.alpinizem.net

Ernö Rubik

Il Puzzle

Ernö Rubik nasce in Ungheria nel 1944. Nel 1967 si laurea in Ingegneria civile all’Univesità di Budapest Muszaki Egyetem. Dopo la laurea inizia a studiare scultura e architettura d’interni all’Accademia d’Arte Applicata e Design di Budapest. Dal 1971 al 1975 lavora come architetto, per poi tornare come titolare della cattedra di architettura d’interni nella stessa accademia da cui era partito. L’invenzione del celebre cubo a sei colori, uno per ogni faccia, che porta il suo nome, risale a questo periodo, per la precisione al 1974: la diffusione in una prima fase è assai limita e investe solo i circoli scientifici. Rubik ha ventinove anni. Il suo interesse è prevalentemente tecnico: come è possibile che ventisei piccoli cubi possano ruotare formando un cubo più grande? I primi prototipi utilizzavano fasce elastiche e carta adesiva. L’idea del gioco nasce quando Rubik si accorge che non è così facile riallineare le sei facce del cubo principale con colori omogenei. C’è solo una possibilità corretta contro 43 quintilioni di soluzioni sbagliate. In un primo momento, Rubik aveva pensato che non bastasse una vita intera per risolverlo (ma poi in un mese trovò la soluzione). Nel 1980 inizia a pubblicare una rivista di enigmistica dal titolo …És játék (“… e giochi”). In questo periodo il Cubo di RubikTM inizia ad affermarsi anche internazionalmente, dando origine a una vera e propria mania che spinge il rompicapo ad essere in assoluto il gioco più venduto di quel periodo, e il suo creatore a diventare la persona più ricca del suo paese (è stato definito il primo ‘miliardario rosso’ nel blocco dell’Est). Si calcola che all’incirca un ottavo della popolazione mondiale abbia almeno una volta nella vita tenuto in mano il cubo. Negli anni ’80 il cubo diventa una vera icona. E nel 1982, ai Campionati mondiali di Budapest, Minh Thai – uno studente di sedici anni di un liceo di Los Angeles di origine vietnamita – riesce a ordinare il cubo in 22 secondi e 95 centesimi, diventando il campione del mondo. Oggi il record si è abbassato a circa 10 secondi, e si risolve in 24-28 mosse. Nel 1983 crea il Rubik-Studio, dove si progettano mobili e giochi. Nel 1990 diventa Presidente dell’Accademia di Ingegneria d’Ungheria. Nell’ambito dell’Accademia, dà vita alla Fondazione Rubik per sosere giovani ingegneri e designer di talento. Attualmente Rubik si occupa dello sviluppo di videogiochi e di architettura, continuando studiare problemi di geometria strutturale e a dirigere il Rubik-Studio.

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Erno Rubik

www.rubiks.com

Tegla Loroupe

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La Tenacia

Tegla Loroupe nasce nel 1973 in Kenia, in un villaggio di etnia pokot. Cresce con altri 24 fratelli, lavorando nei campi e badando ai fratelli più piccoli già prima di andare a scuola. È qui che incomincia a gareggiare nella corsa sulle grandi distanze, vincendo anche contro atlete più grandi di lei. Decide così di dedicarsi allo sport, appoggiata soltanto dalla madre e dalla sorella maggiore. Neppure la Federazione keniota sembra credere in lei, ritenendola troppo minuta (1,53 m di altezza). Tuttavia, dopo che nel 1988 vince una corsa nazionale, partecipa ai suoi primi campionati mondiali giovanili, dove si piazza al 28° posto. Da qui in poi, l’ascesa è inarrestabile. Il suo primo successo è la medaglia di bronzo nella mezza maratona ai Campionati del mondo del 1993 a Stoccarda. La prima vittoria importante è alla maratona di New York nel 1994, bissata l’anno successivo: è la prima volta per una donna africana. Nel 1997 centra due importanti vittorie: la prima vittoria alla maratona di Rotterdam (cui seguiranno le vittorie nel 1998 e nel 1999) e la prima vittoria ai mondiali di mezza maratona (bissati nel 1998). Grazie anche a questi successi, raggiunge la vetta della classifica IAAF. Il 1999 è un altro anno magico, nella maratona (di nuovo Rotterdam e Berlino), ma anche in pista, con la medaglia di bronzo nei 10.000 metri nei mondiali di Siviglia. Nel 2000 vince le maratone di Roma e di Londra. Torna ad una vittoria importante nel 2002, alla maratona di Losanna. Nel 2003 la vittoria alla maratona di Colonia, e nel 2004 a quella di Lipsia. Nel 2006 vince la mezza maratona di Hong Kong. Molti dei suoi record mondiali sono ancora imbattuti: non più quello della maratona di Berlino nel 1999, con 2h 20′ 43”, ma ancora i 20.000, 25.000 e 30.000 metri e il record dell’ora (18.340 m). A partire dal 2003, Loroupe inizia un’intensa attività nel sociale. Organizza le Peace Races per la promozione della pace: Uganda Peace Race, Southern Sudan Peace Race, Kapenguria Peace Race e Tana-River Peace Race. La Fondazione a cui ha dato vita, la Tegla Loroupe Peace Foundation, lavora per lo sviluppo socio-economico nel corno d’Africa e nella regione dei Grandi Laghi, con un impegno specifico per risolvere i conflitti e sostenere le persone più vulnerabili. Fra i progetti in corso, la costruzione della Tegla Loroupe Peace Academy, una scuola modello dove far studiare bambini abbandonati e orfani, ma anche un’istituzione che nasce per rafforzare la pace nei paesi coinvolti dal progetto.

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loroupe-completo

http://www.teglapeacefoundation.org/

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