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Julio Velasco

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L’Ispirazione

Julio Velasco nasce a La Plata, in Argentina, nel 1952. I primi contatti con la pallavolo avvengono ai tempi del liceo e dell’università (studi di filosofia), quando gioca ed allena selezioni giovanili, ma la carriera vera e propria inizia nel 1979 al Ferrocarril Oeste di Buenos Aires, con cui vince quattro campionati consecutivi. Nel 1982, come vice-allenatore della Nazionale argentina, vince la medaglia di bronzo ai campionati mondiali. Nel 1983 si trasferisce in Italia e due anni dopo inizia ad allenare la Panini Modena. Qui incontra alcuni dei giocatori che segneranno la storia del volley nel decennio seguente: Cantagalli, Bernardi e Lucchetta, e poi Vullo. Insieme al più esperto Bertoli, formeranno l’ossatura di una squadra capace di riportare lo scudetto a Modena e di vincerlo per quattro stagioni consecutive fino al 1989. Proprio in quell’anno passa ad allenare la Nazionale italiana. Ottiene subito l’oro ai campionati europei disputati in Svezia, il primo nella storia della pallavolo italiana. Ed è solo il primo di una lunga striscia di successi. Fino al 1996, quando Velasco lascia la panchina azzurra, l’Italia colleziona 3 ori europei, 2 mondiali e 5 vittorie nella World League. Artefici di questi successi sono, oltre ai nomi già citati, Zorzi, Giani, Tofoli, Gravina e Bracci. Questo straordinario gruppo di giocatori forma la cosiddetta generazione di fenomeni: la nazionale italiana di quegli anni verrà in seguito premiata come Squadra del secolo. Il talento dei giocatori non mette però in secondo piano la figura dell’allenatore, tanto che in quel periodo Velasco acquista notorietà anche al di fuori del mondo della pallavolo. Alcune sue espressioni, come gli ‘occhi della tigre’ per indicare lo sguardo grintoso che pretende dai suoi giocatori in campo, diventano celebri. Nel 1997-‘98 Velasco allena la Nazionale italiana femminile. Da una sua idea nasce il Club Italia, una squadra che consente alle giovani promesse di allenarsi tutto l’anno. Nel Club Italia militeranno Togut, Lo Bianco, Mello e Rinieri, campionesse del mondo nel 2002 in Germania. La popolarità di Velasco nel mondo dello sport è tale che viene chiamato come dirigente prima dalla Lazio e poi dall’Inter di Moratti. Nel 2001 torna ad allenare una squadra di pallavolo: la Nazionale ceca maschile. Nel 2003 rientra nel campionato italiano, trascinando la Coprasystel Piacenza alla finale scudetto. Nel 2006 passa alla Acqua Paradiso Gabeca Montichiari, che porterà nella stagione successiva a conquistare i play-off scudetto.

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Julio Velasco

L'università a piedi nudi… per imparare a vivere

L’insegnamento di Gandhi a favore di una società più equa non ha sortito solo l’effetto di rendere l’India un Paese indipendente, ma ha avuto molti emulatori, in tutto il mondo. Uno dei più fedeli, e non solo perché connazionale del Mahatma è senza dubbio Sanjit Bunker Roy, premiato pochi mesi fa a Verona con il “Grosso d’oro” in segno di riconoscimento per una vita spesa in gran parte a favore della solidarietà.

La vita di Sanjit assomiglia alla parabola esistenziale di Francesco d’Assisi: la sua famiglia, pur non essendo ricca, lo aveva destinato alla carriera diplomatica, facendogli frequentare le scuole migliori.

Ma nel 1965 Sanjit, in occasione di una tremenda carestia che funesta la regione del Bihar fa l’esperienza dell’estrema ingiustizia che il sistema delle caste crea tuttora nella società indiana. Annuncia allora alla madre di voler vivere come povero tra i poveri e lascia tutto, tra l’incomprensione della famiglia.

Nel 1971 Roy riesce a fondare il Barefoot College: si tratta di un esperimento sensazionale, la prima università “dei poveri” al mondo. Al Barefoot si sta naturalmente a piedi nudi (a partire da Sanjit), e si impara una lezione unica: vivere con poco, solo 150$ al mese. Si mangia, dorme e lavora sul pavimento: la filosofia di base è che per aiutare i poveri bisogna condividere la loro condizione, risolvendo alcuni problemi di base in modo semplicemente geniale: ad esempio, per risolvere il cronico problema della mancanza d’acqua si raccoglie acqua piovana… e se ne ha in abbondanza, anche laddove vi è più siccità.

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Davide Oldani: ingredienti "old", spirito nuovo

Davide Oldani non è il tipico chef di successo: ha, è vero, aperto un ristorante molto “trendy” (e affollato), il “D’O”, ma lo ha fatto in un luogo inaspettato, a Cornaredo, piccolo centro dell’hinterland milanese. La sua è una vera e propria sfida: coniugare una cucina raffinata con prezzi modici e un locale senza molte pretese. Di questa sfida parla nel suo libro da poco uscito “La mia cucina Pop, l’arte di caramellare i sogni”, uscito per i tipi di Rizzoli.

L’evidente riferimento gastronomico del titolo non è casuale: il piatto-simbolo dell’esperimento gastronomico avviato da Oldani è la cipolla caramellata. Un mix, dunque, di quelle materie prime povere, “popolari”, appunto, che sono tipiche della nostra tradizione culinaria, con la fantasia “al caramello” di un grande chef. Che è, a suo modo, un rivoluzionario: lontano dagli stereotipi molto “glamour” che circondano la gastronomia, vicino invece a una visione  “sostenibile” che porta a rimettere in auge e valorizzare gli ingredienti più umili (e non per questo meno appetibili) offertici dal territorio in cui viviamo.

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