Archivio di ottobre 2009
Musica e scienza
Uno studio recentemente pubblicato da due ricercatori della University of London – “Tipologie di trasferimento dell’emozione attraverso la musica”, di Joydeep Bhattacharya e Nidhya Logewaran – afferma che la musica influenzerebbe in modo sensibile le risposte della mente alle immagini visive.
Guardando la fotografia di un volto, l’osservatore legge l’emozione espressa da quel volto in modo diverso se precedentemente ha ascoltato 15 secondi di musica. Se tale musica era “allegra”, l’espressione facciale – neutra – viene più facilmente letta come felice, e viceversa.
La musica sarebbe quindi in grado di influenzare le emozioni umane e la risposta della mente alle sollecitazioni della realtà esterna. La dimostrazione empirica di ciò che, in fondo, è una consapevolezza generale sull’importanza della musica nella vita di ciascuno: una sorta di colonna sonora a cui associamo abitualmente esperienze vissute e sentimenti.
Di musica e di scienza sentiremo parlare ampiamente il 19, 20 e 21 novembre. Ricordiamo, tra gli ospiti di 21 minuti. I saperi dell’eccellenza, i neuroscienziati Michael Gazzaniga e Giacomo Rizzolatti e il grande violoncellista di fama internazionale Mario Brunello.

Sarà italiana la casa a misura d'uomo?
La Cina è sempre più vicina, anche nel campo delle soluzioni abitative: lo dimostra il progetto architettonico di Giampaolo Imbrighi, scelto per rappresentare l’Italia all’esposizione di Shanghai del 2010. L’avveniristica casa di Imbrighi è tutta in acciaio e cemento trasparente, con vetrate fatte di cristalli autopulenti, ed è alimentata da moduli ad energia solare.
Le forme dell’abitazione riprendono molto da vicino la lezione della tradizione architettonica orientale, miscelandola però sapientemente con le forme tipiche dei borghi della nostra penisola, con i loro spazi ristretti in cui a un tratto si aprono le prospettive della piazza.
L’esposizione cinese rappresenterà un momento importante per presentare al mondo le capacità del nostro Paese quando si tratta di coniugare tradizione ed avanguardia. Per questo, per presentarci al meglio all’appuntamento non è stato trascurato alcun dettaglio: dal progetto architettonico in sé allo studio del concept espositivo, mentre la progettazione dell’allestimento degli interni è stata elaborata in collaborazione con la Triennale di Milano. E già si guarda a un nuovo bando, “L’Italia degli Innovatori”, concorso in cui imprese e università italiane sono state “sfidate” a segnalare progetti architettonici innovativi. Chissà insomma se non sarà l’Italia, dal Rinascimento in avanti maestra in fatto di soluzioni pratiche ed eleganti, a proporre l’abitazione ideale per l’umanità del XXI secolo.

A proposito di Umbria
La necessità di una tutela del paesaggio che sia efficace e rispettosa, capace di dare il via a una riscossa che si opponga al dilagare di un’edilizia che sfrutta e umilia il patrimonio naturale del nostro Paese e di un turismo cieco e irrispettoso. La donazione al FAI della Selva di San Francesco ad Assisi, cui seguiranno interventi di riqualificazione, si presenta come un evento dal forte impatto simbolico: offrire l’esempio di come dovrebbe essere un paesaggio “normale” italiano.
Così si legge sul sito del FAI, il Fondo Ambiente Italiano che tutela il paesaggio nazionale.
La Selva di San Francesco ad Assisi, che si estende per oltre 60 ettari fin sotto la Rocca di Assisi, sarà sottoposta a interventi di recupero ambientale e di restauro conservativo degli edifici – tra cui un complesso benedettino del XIII secolo.
Tutto ciò grazie al Fondo ambientale, che – dopo l’acquisizione grazie a Intesa Sanpaolo – ha lanciato una campagna di sensibilizzazione di un territorio che rappresenta l’armonica convivenza tra Uomo e Natura, che vuole divenire esempio di paesaggio italiano intatto.
A guidare la scelta, la suggestione esercitata dal personaggio-simbolo di questa terra: San Francesco d’Assisi, che Giulia Maria Mozzoni Crespi – Presidente del Fai – ha definito “il primo ecologo della storia e un gran contestatore”. Questi, infatti, come ben testimoniato dal suo famoso “Cantico delle Creature”, parlavo con i fiori, con le piante, con gli animali. Ma soprattutto fu un grande contestatore: si rivolgeva alle persone perché esse sviluppassero la consapevolezza del valore del paesaggio, da intendere come necessario per l’esistenza dell’uomo.
Un atteggiamento che allora come oggi è fondamentale. E che campagne di questo tipo mirano a risvegliare.
Qui la pagina ufficiale del Fai.

Evoluzione: cultura batte biologia
Cosa rende l’evoluzione della specie umana differente da quella di ogni altra specie animale? Se lo chiede il genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza, fornendo risposte che meritano attenzione.
L’evoluzione delle specie animali, afferma Cavalli-Sforza, è necessariamente molto lenta, perché affidata essenzialmente al gioco del caso: solo quando fortuitamente una ricombinazione dei geni produce nella prole una mutazione positiva (tra le migliaia di mutazioni sfavorevoli possibili) tale mutazione vantaggiosa può essere trasmessa ai successori, finendo, dopo molte generazioni, per “contagiare” l’intera specie.
L’evoluzione umana, quella che ha consentito ad appena un migliaio di individui di uscire 55 mila anni fa dalle foreste africane, divenendo milioni solo quarantamila anni dopo e sei miliardi oggi, con l’attuale dominio demografico e tecnico sulle risorse del pianeta, è evidentemente di natura ben diversa. Non si tratta di un’evoluzione meramente biologica ma culturale: un tipo di evoluzione molto più efficace e veloce, perché non frutto del caso ma dello sviluppo della consapevolezza. Grazie ad essa, i nostri antenati raggiunsero la possibilità di ampliare rapidamente il loro habitat a tutto il pianeta, senza attendere che i loro corpi si adattassero all’immensa varietà di climi e condizioni presenti alle diverse latitudini. Fu così che il passaggio dal caldo dell’Africa al gelo delle steppe siberiane, ad esempio, non dovette attendere i milioni di anni necessari alla crescita di una peluria sufficientemente folta e protettiva (staremmo ancora ad aspettare!): l’evoluzione culturale sopperì alle nostre necessità, facendoci produrre con ago e filo quelle pelli cucite che permisero alla specie di adattarsi anche ai climi più rigidi. Ed è ancora all’evoluzione culturale, e non a quella biologica, che dobbiamo rivolgerci per affrontare le sfide che ci riserverà il tempo a venire.

Foto d'America
Il Metropolitan Museum of Art di New York celebra il cinquantesimo anniversario della pubblicazione di “The Americans”, la famosa raccolta fotografica in bianco e nero di Robert Frank con una mostra a lui dedicata.
Le fotografie furono scattate tra il 1955 e il 1956, durante un viaggio on the road da una parte all’altra del continente americano, passando per 40 diversi Stati.
La prima edizione della raccolta, del 1959, venne accompagnata da un’introduzione di Jack Kerouac, e suscitò inizialmente accese critiche nel pubblico.
Gli 83 scatti in bianco e nero di Frank, infatti, catturano l’America a 360 gradi: i contadini di colore delle zone rurali e i charity party di New York, povertà e ricchezza, sudore e luccicanti abiti da sera.
Un occhio che si posa su scorci di strade, finestre, fast-food, formando un ritratto completo e variegato di una nazione complessa ed estesa come gli Stati Uniti. La grandezza di Frank, considerato “il più grande fotografo vivente”, è stata la denuncia delle contraddizioni americane: senza parole, solo cogliendo particolari e attivando – grazie ad essi – la riflessione degli osservatori.
Un atteggiamento di responsabilità che tutti, nel nostro piccolo, dovremmo imparare ad avere nei confronti di ciò che ci circonda. Pur senza le grandi attitudini artistiche di Robert Frank.
Imparare a non passeggiare distrattamente nel mondo, ma cercare di osservarlo e viverlo, condividendo le nostre riflessioni con i nostri simili, al fine di migliorarlo di giorno in giorno.

Immagine: R. Frank, The Americans
Michael Gazzaniga
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La Curiosità
Michael Gazzaniga nasce nel 1939 a Santa Barbara, in California, nipote di immigrati italiani sbarcati in New England dalla bassa milanese. Si laurea nel 1961 al Dartmouth College e tre anni dopo completa il dottorato in Psicobiologia al California Institute of Technolgy sotto la guida di Roger Sperry. Da allora, non ha smesso di lavorare alacremente nel campo delle neuroscienze. Fra i suoi meriti, c’è quello di aver guardato alla pedagogia e ai processi educativi alla luce delle ultime frontiere delle neuroscienze, aprendo scenari fortemente innovativi. Oggi Gazzaniga insegna Psicologia all’Università di Santa Barbara, dove dirige il Sage Center per gli studi sulla mente. È riconosciuto come uno dei più importanti neuropsicologi statunitensi, i suoi studi sul cervello diviso (split brain) e sulle implicazioni psicologiche della lateralizzazione emisferica sono entrati di diritto nella storia delle neuroscienze. In ambito accademico, si è distinto per aver fondato il Neuroscience Institute e il Journal of Cognitive Neuroscience ma anche per avere incoraggiato e supervisionato in prima persona il lavoro di generazioni di giovani ricercatori. Nell’arco della sua carriera non si è limitato alla ricerca pura: ha all’attivo un’importante attività di divulgazione sull’incredibile evoluzione che ha avuto negli ultimi decenni la nostra comprensione della mente umana. Ha pubblicato libri come The Social Brain, Mind Matters e The Ethical Mind, e ha preso parte a programmi televisivi come The Brain and The Mind. È membro di prestigiose istituzioni collegate alle neuroscienze, dirige il progetto di studi Law and Neuroscience Project, ed è membro del Consiglio di Bioetica della Presidenza degli Stati Uniti. All’interno di questo organismo, si è battuto aspramente contro l’ultraconservatore Leon Kass nel dibattito sullo statuto morale dell’embrione e su altri temi emergenti della neuroetica. Il suo messaggio di fondo, lanciato instancabilmente alle persone e alle istituzioni che governano la società contemporanea, è di non avere paura dei nuovi paradigmi etici e morali che vengono fissati mano a mano che le scienze erodono il territorio dell’ignoto. Meglio un confronto anche critico piuttosto che far finta di non vedere che il quadro è cambiato: nel momento in cui sappiamo di più del funzionamento della mente, è naturale che le regole della convivenza possano evolversi.
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Rita El Khayat
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Il Riscatto
Rita El Khayat nasce a Rabat, in Marocco nel 1944. Dopo la laurea in Medicina, è ammessa in un Internato di Psichiatria a Casablanca. In parallelo con gli studi, si occupa di radio, televisione e cinema, ed è la prima speaker donna in Marocco. Delusa dall’ambiente di lavoro nel suo paese, parte per Parigi dove si specializza in tre campi: psichiatria (studia con George Devereux, l’inventore dell’etnopsichiatria), medicina del lavoro ed ergonomia della medicina spaziale. In Francia studia anche arabo classico alla prestigiosa Scuola di Lingue Orientali.?Il suo impegno a favore dei diritti umani, della pace e dei diritti della donna in Marocco e nel Maghreb è intenso e vasto. Nel 1998 fonda l’Associazione Aïni Bennaï (nel 2003 si aggiungerà anche una casa editrice). Aïni Bennaï, uccisa a quindici anni dalla negligenza e dagli errori dei medici, a soli undici anni leggeva Proust, ascoltandone le letture con il suo walk-man e commentando con frasi come: “Adoro il suo dandismo.” Nel 1999 è la prima donna nella storia del Marocco e di tutto il mondo arabo a scrivere a un sovrano. La lettera, dal titolo Lettera di una donna a un giovane monarca e indirizzata al giovane re Mohammed VI quattro mesi dopo la sua incoronazione, in meno di due mesi viene tradotta in 11 lingue. Scritta per contrastare un movimento islamista reazionario che voleva il ritorno alla segregazione delle donne, chiede la modifica della Moudawana (“Statuto personale”), una sorta di Codice della famiglia che nei paesi arabi e islamici, ad eccezione della Tunisia, continua a mantenere le donne in una condizione di assoluta minorità giuridica. Gran parte delle richieste sono state accolte. Per esempio, l’età minima per il matrimonio è stata fissata a 18 anni anche per le donne. È stato introdotto il divieto di ripudiare le mogli. Le donne possono ora divorziare come gli uomini e hanno diritto alla metà dei beni. È stato vietato picchiare le donne e chi lo fa commette un reato. Le vedove sono state riconosciute tutrici dei propri figli, mentre in precedenza cadevano sotto la tutela della famiglia di origine del marito defunto (una condizione di subordinazione che la scrittrice stessa ha vissuto con la madre e i suoi fratelli, dopo la scomparsa prematura del padre). In seguito a queste attività, nel 2008 viene candidata al Premio Nobel per la Pace. Rita El Khayat ha prodotto una trentina di libri fra saggi e romanzi, e oltre 350 articoli. Insegna Antropologia della conoscenza e del sapere all’Università di Chieti, in Italia. Con lo pseudonimo di Latina Chakir, si è fatta conoscere e apprezzare anche nel mondo dell’arte.
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Raj Patel
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La Misura
Raj Patel nasce a Londra nel 1972. Si laurea al Balliol College di Oxford in Filosofia politica ed Economia e ottiene un master alla London School of Economics. Si trasferisce a Harare, in Zimbabwe, dove è volontario dell’Associazione SEATINI (Southern and Eastern African Trade Information and Negotiations Initiative) e lavora insieme agli attivisti di Padare, un gruppo di uomini femministi. Questa esperienza è alla base delle sue ricerche per il dottorato, che consegue alla Cornell University, Dipartimento di Sociologia dello Sviluppo. Dopo gli studi, Patel lavora per la Banca Mondiale, le Nazioni Unite e il WTO, ma ben presto comincia ad esprimere forti critiche al loro operato, organizzando manifestazioni di protesta nei quattro continenti contro i suoi ex datori di lavoro. Nel 1999 è fra i promotori delle proteste di Seattle contro la riunione dei paesi membri del WTO. Diventa Analista politico di Food First – Institute of Food and Development Policy di Oakland, in California, dove mette a fuoco l’importanza della lotta per le terre e aderisce al The Land Rersearch Action Network. Lavora per due anni in Sudafrica presso il Centre for Civil Society della University of KwaZulu-Natal di Durban, nel corso dei quali ha modo di collaborare attivamente al movimento dei senza terra Abahlali base Mjondolo e alla Ota Benga Alliance, un gruppo che promuove il cambiamento sociale nella Repubblica del Congo e del cui consiglio direttivo è membro. Nel 2005 pubblica Global Fascism, Revolutionary Humanism and the Ethics of Food Sovereignty e nel 2007 Stuffed and Starved – The Hidden Battle for the World Food System (edito in Italia da Feltrinelli nel 2008 con il titolo I padroni del cibo), che lo fa conoscere a livello internazionale. Il libro racconta la storia del sistema globale del cibo e di come 1 miliardo di persone sia sovrappeso mentre 850 milioni patiscano la fame. Oggi tiene corsi e seminari al Centro di Studi Africani della University of California di Berkeley, alla Food First, ed è ricercatore associato alla School of Development Studies alla University of KwaZulu-Natal (Durban, Sudafrica). Aderisce alle attività del movimento Via Campesina. Nel 2008 è stato chiamato a testimoniare sulla crisi alimentare globale di fronte alla House Financial Services Committee, un organismo del governo USA che sovrintende ai mercati mobiliari e immobiliari. È ospitato regolarmente da emittenti televisive come BBC, NBC, Al Jazeera e NPR.
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Sanjit "Bunker" Roy
Il Risveglio
Sanjit ‘Bunker’ Roy nasce nel 1945 in una facoltosa famiglia a Burnpur, nel Bengala Occidentale. La sua educazione è quanto di più esclusivo un giovane indiano possa ricevere: Doon School a Dehradun, e al St. Stephen’s College a Delhi. Dopo gli studi, però, invece di intraprendere la carriera di diplomatico o di amministratore pubblico a cui era avviato, compie una scelta di rottura. A metà degli anni ’60 una carestia colpisce lo Stato di Bihar. Roy decide di fare un salto per ‘curiosità’ ma rimane estremamente impressionato. La domanda che si fa Roy con un misto di rabbia e di presa di coscienza, è ‘Come è possibile che alcune persone vivano in queste condizioni di privazione mentre noi che abbiamo studiato nelle migliori scuole del paese non restituiamo nulla di ciò che abbiamo preso?’ A questo punto, Roy decide di dedicarsi al sociale: a causa di questa scelta la madre non gli parla per due anni. Per cinque anni lavora nei villaggi del distretto di Ajmar, nel Rajasthan. Nel 1971 fonda a Tilonia il Barefoot College, il progetto della sua vita. La scuola, che si ispira anche ai Dottori Scalzi di Mao Tse Tung, è aperta a tutti: bambini, donne e uomini analfabeti e semianalfabeti delle caste più sfavorite e dei villaggi più remoti. Di loro fa degli ingegneri, dei maestri, degli architetti, dei medici, dei tecnici informatici, dei contabili e dei marketing manager ‘scalzi’. Una volta completata la loro formazione, essi fanno ritorno nelle loro comunità e qui si fermano a lavorare, rendendo i villaggi meno dipendenti dall’esterno. Tutti studiano, mangiano e dormono per terra, nessuno riceve più di 100 dollari al mese. Il sapere tradizionale e la saggezza pratica sono tenuti in gran conto, leggere e scrivere non è considerato essenziale. Secondo Roy, un grande ostacolo allo sviluppo economico è costituito dalle persone che conoscono la teoria ma ignorano la pratica, che non hanno mai affrontato le reali difficoltà della vita. La loro preparazione non è adatta a trovare soluzioni a basso costo per migliorare la qualità della vita dei più poveri. Oggi il Barefoot College ha una rete di oltre 20 sedi in 13 Stati dell’India, il modello viene esportato con successo e Roy è uno degli imprenditori sociali più influenti e ascoltati in ambito internazionale. La vera conquista, secondo Roy, è il fatto che le comunità riescano a migliorare da sole attraverso la condivisione del sapere. Il suo motto è una frase di Gandhi: ‘Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, e infine tu vinci.’
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Davide Oldani
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La Semplicità
Davide Oldani nasce a Milano nel 1967. Sua madre, ottima cuoca, è la prima ad instillargli la passione per la cucina. Frequenta la Scuola alberghiera Carlo Porta di Milano, dove dimostra impegno e forza di volontà. Finita la scuola, comincia subito a lavorare da Gualtiero Marchesi, negli anni in cui lo chef milanese è sotto i riflettori. Non passa molto tempo che Oldani diventa il suo allievo prediletto. L’esperienza come secondo al fianco di uno dei grandi chef italiani durerà dieci anni. Accanto a Marchesi, dà un contributo importante nel promuovere la cucina italiana nel mondo, in particolare negli Stati Uniti e in Giappone. Ma Marchesi non è l’unico maestro: Oldani si forma anche con Albert Roux al Gavroche di Londra, e con il celebre Alain Ducasse al Louis XV di Montecarlo. In parallelo, lavora anche come consulente di Food & Beverage per grandi multinazionali statunitensi. Al ristorante Giannino di Milano ottiene la sua prima stella Michelin. Dopo queste esperienze, avverte il bisogno di tornare alla sua Cornaredo, alle porte di Milano, dove acquista una vecchia trattoria che ristruttura in maniera semplice. Il ristorante si chiama D’O: sono le iniziali del suo nome, ma anche la parola ‘via’ in giapponese. Il successo non tarda, anche grazie a una politica di prezzi contenuti del tutto anomala nel mondo dei locali stellati. Preparato nelle tecniche di preparazione più avanzate apprese nelle cucine di mezzo mondo, e profondo conoscitore delle materie prime, Oldani ha fatto molta ricerca nel campo dei piatti poveri della tradizione. La sua cucina è anche chiamata circolare: capace di armonizzare semplicità e intensità, essenzialità e nuovi accostamenti (per esempio, fra dolce e salato), orientata al baccalà, alle seppie e alle guance di bue piuttosto che all’astice e al filetto. Una pietanza di Oldani diventata celebre è la cipolla caramellata, servita sia come antipasto che come dessert a scelta del cliente. Nel libro Cuoco andata e ritorno – Viaggi, sogni e ricette di un uomo che voleva cucinare, Oldani elenca i cinque capisaldi su cui ha costruito il suo viaggio professionale e umano: amore come passione per il mestiere e spirito di sacrificio; educazione come rispetto, dalle materie prime ai collaboratori e agli ospiti; intraprendenza come intelligenza e sana ambizione; obbedienza, come sintonia con i maestri, le stagioni, le regole che abbiamo appreso e in generale il nostro sentire; e infine umiltà, sia nell’imparare che nell’insegnare. Oldani è un nome destinato a lasciare il segno nel panorama della cucina internazionale.
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